• Patrizia Gariffo

Non ho storie nei cassetti


Quando ho cominciato a scrivere? Da poco, ho iniziato circa quattro anni fa. Fare la giornalista, naturalmente, significa scrivere, ma questo per me non vuol dire scrivere. Amo il mio lavoro, non farei altro, però essere una scrittrice è un’altra cosa.

Quando scrivo i miei articoli su Repubblica racconto le storie degli altri, ma quando scrivo i miei libri narro le mie. Quelle che nascono dalla mia mente e che, dopo mesi, ma a volte anni, escono fuori. Trovano a poco a poco il loro spazio. Insomma, non sono una scrittrice di lungo corso. Non ho cominciato a scrivere da bambina e non ho cassetti pieni di storie e racconti, ma la testa sì e, forse, questo è ciò che conta davvero.


Nel 2017 mi sono concessa la gioia, perché questo ho provato, di pubblicare il mio primo romanzo dal titolo Messi vicini per caso, la storia di Andrea e Stella uniti da un sentimento che è meno di un amore, ma più di un’amicizia. Poi, ad agosto scorso è uscito Ogni cosa torna (edito da bookabook), un mystery dove bugie, segreti, tradimenti e amore si intrecciano in un rinomato borgo marinaro siciliano. Un romanzo in cui non s’indaga solo su un crimine, ma anche nei sentimenti dei protagonisti.

La scrittura è terapeutica, per me almeno lo è. Ti aiuta a dire quello che, in una situazione normale, non riusciresti a esprimere. A dire qualcosa a qualcuno, magari. Lo fai “nascondendoti” dietro le storie e i personaggi che inventi. La sensazione più bella e, allo stesso tempo, più destabilizzante, poi, è quando qualcuno ti dice che ritrova te e cose dette e vissute insieme in quello che hai scritto.

E’ meraviglioso perché significa che, pur raccontando storie che non appartengono al vissuto che gli altri conoscono, sei riuscita a non far sparire te da quelle pagine. E’ destabilizzante perché devi abituarti al fatto che esiste qualcuno che, in realtà, ha compreso che hai raccontato te stessa, anche se non credevi di farlo.

“È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla.”

Cesare Pavese


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